Cimabue (Cenni di Peppi) (1240-1302)

Crucificação 1268-71 Tempera em madeira 64,5 x 53 cm, San Domenico, Arezzo

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà dal nido

Dante Alighieri,(1265-1321), Purgatorio XI, 94-96)

«Cimabue dunche fra tante tenebre fu prima luce della pittura, e non solo nel lineamento delle figure, ma nel colorito di quelle ancora, mostrando per la novità di tale esercizio sé chiaro e celebratissimo. Costui destò l’animo a i compatrioti suoi di seguirlo in sí difficile e bella scienza, di che lode infinita merita egli per la impossibilità e per la grossezza del secolo in che nacque, e molto piú che s’egli ritrovata l’avesse. E ciò fu cagione che Giotto, suo creato, mosso dalla ambizione della fama et aiutato dal cielo e dalla natura, andò tanto alto col pensiero, ch’aperse la porta della verità a coloro che hanno ridotto tal mestiero a lo stupore et a la maraviglia che veggiamo nel secol nostro.
(…)
Essendo dopo quest’opera richiamato Cimabue dallo stesso guardiano ch’e’ gl’aveva fatto l’opere di S. Croce, gli fece un Crocifisso grande in legno che ancora oggi si vede in chiesa; la quale opera fu cagione, parendo al guardiano esser stato servito bene, ch’e’ lo conducesse in S. Francesco di Pisa loro convento a fare in una tavola un S. Francesco, che fu da que’ popoli tenuto cosa rarissima, conoscendosi in esso un certo che più di bontà, e nell’aria della testa e nelle pieghe de’ panni, che nella maniera greca non era stata usata insin allora da chi aveva alcuna cosa lavorato non pur in Pisa, ma in tutta Italia.»

Giorgio Vasari, Le vite, Florença, 1550.
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